Tra due carcerieri


Un giorno, per caso, lessi una testimonianza su Youtube, sotto forma di commento ad un video musicale che stavo ascoltando. Di seguito, ne riporto il contenuto, tradotto in italiano:

“Finii in prigione quando avevo 18 anni, ne uscii a 41: rapina a mano armata e omicidio. Non volevo uccidere nessuno. Volevo solo i soldi per la droga. Durante la rapina, il tizio ha afferrato la pistola e ha iniziato a sparare. Gli ho sparato. È così facile entrare in una situazione in cui le tue opzioni sono davvero limitate - uccidi o muori. Meglio non capitare mai in quella situazione. Non sto cercando di giustificarmi. E’ sbagliato drogarsi, e rubare e uccidere sono inaccettabili. Voglio soltanto dire che la musica (dei Pearl Jam e molti altri) mi ha salvato la vita. In carcere, quando pensavo che non potevo più sopportare la follia, ascoltavo ed evadevo. Ho 61 anni adesso ho una vita. Il punto è che la musica è potente. Non potrei immaginare la mia vita senza di essa”.

Questa storia mi ha colpito. Ed allora ho immaginato un dialogo tra carcerieri.

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"Sei il nuovo arrivato?"

"Si'" 

"Benvenuto, oggi è il mio ultimo giorno di lavoro. Ci tenevo a darti delle indicazioni. Come ben sai, lavorare qua dentro non è facile. Ci vuole polso, devi sempre sorvegliare. Non cedere a "capricci". Un po' come lavorare con i bambini. "

"Bambini? Questi sono delinquenti!"

"Premetto che questi delinquenti, prima di commettere il reato, non erano delinquenti e, dal momento che son qua dentro e che non possono commettere altri reati, ritornano ad essere semplici persone. "  

"Semplici persone? Ma cosa dici?"

"Qualsiasi cosa uno possa aver commesso, ci sono momenti, situazioni o cose che lo fanno commuovere o soffrire, come un essere umano di buona coscienza, o come un bambino abbandonato che chiede solo di essere adottato."

"Eppure nella descrizione del lavoro non c'era scritto, tra le caratteristiche richieste, quella di provare pietà."

"In nessun lavoro è richiesto, in fondo, di lavorare col sorriso. L'importante è lavorare. Qua la pietà è l'analogo del sorriso negli altri posti di lavoro. Se provi compassione migliori le cose. Ovviamente, non è richiesto. Qui siamo un'istituzione e l'obiettivo di ogni istituzione è quello di funzionare, anche in senso economico..."

"Compassione? Cosa dovrei fare"

"Basta non trattarli come bestie. Hanno già subito tanta violenza nella loro vita. Qui dovrebbe esser per loro un luogo sicuro e una motivazione per ricominciare una nuova vita. Invece di fatto è solo una reclusione. Quando escono, è molto facile che ritornino a fare la vita che facevano, a subire di nuovo la stessa violenza e a commetterla di nuovo, di conseguenza, ripetendo gli stessi errori. La nostra società di fatto sceglie di curare piuttosto che prevenire, di condannare piuttosto che educare. Per esempio, una persona ricoverata in ospedale, una volta dimessa a casa, è facile che si riammali di nuovo e ritorni in ospedale. L'ospedale, come il carcere, dovrebbe aprire gli occhi e far acquisire consapevolezza sul proprio stato di "salute", ma non è così perché un'istituzione non potrebbe funzionare se avesse come obiettivi il "recupero umano." Sarebbe troppo complicato e dispendioso valutarlo, e quantificarlo, in termini di denaro. Perciò ci si concentra a garantire soltanto il valutabile che diventa l'indispensabile. L’istituzione si impegna ad assistere, o recludere, nel luogo, ma ciò che accadrà poi fuori alla persona non è di sua competenza. Anche la scuola funziona esattamente così. Molti iniziano a delinquere in età scolare. I motivi sono svariati. Sai, non è questione di cattiveria, ma di strada che percorri. Alcuni capitano in strade oscure, altri finiscono in un vicolo cieco. Di solito, si dovrebbero avere la capacità e la possibilità di scelta del proprio percorso, ma di fatto non sempre si hanno la fortuna o la forza di esercitarle. E poi, si aggiungono anche fattori, apparentemente irrilevanti. A scuola si appare a volte “emarginati” se si hanno tendenze eremite; se si preferisce stare in disparte piuttosto che fare amicizia con chiunque; se si preferisce pensare e stare in silenzio piuttosto che far discorsi banali pur di parlare con qualcuno; se si resta anticonformisti al prezzo di non avere amici. Gli insegnanti spingono all’”integrazione” piuttosto che all’”introspezione”. Ma di fatto la gente si aggrega con chi si sente più vicino, in termini di esperienze, bisogni, interessi. Spesso chi si sente incompreso, da ragazzino, può finire in strade sbagliate, credendo di avere maggiori punti in comune con i “disadattati sociali”, piuttosto che con le persone “socialmente normali”. Sono tanti i casi, non si può generalizzare, e a volte commettere un reato è solo questione di sfortuna. Ora devo andare, ti auguro buona fortuna e buon lavoro.”

Il nuovo arrivato rimase perplesso. Non si aspettava un discorso del genere da un carceriere e non fu sicuro di aver capito. Troppi punti critici, troppi aspetti sociali, filosofici, troppo complicati da risolvere. 

Ad un certo punto però, iniziò ad osservare i carcerati. C’era uno che piangeva quando guardava i film d’amore. Un altro, iperattivo e iperaggressivo, quando leggeva un romanzo che gli piaceva riusciva a stare fermo e tranquillo per ore. Un altro ancora, riusciva a superare con la musica anche le crisi da astinenza. Ognuno viveva in un mondo proprio. Un mondo disconnesso, di violenza, rabbia, disperazione. Un mondo che però si riconnetteva all’umanità, quando la persona riusciva ad astrarsi dal proprio mondo interiore, da cui, in fondo avrebbe voluto scappare. Forse bastava aiutare a trovare quel qualcosa per uscirne. Allora recepì il messaggio che il carceriere uscente voleva trasmettere.

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