Lo sguardo infetto
Molto tempo fa, ricordo, facevo la coda ad uno sportello
e dietro di me c’erano due signore che spettegolavano: “Li vedi quei due?
Girano sempre insieme. Lui è un brav’uomo, padre di famiglia. Li incontro
sempre in chiesa: lui, la moglie e la bambina. Povera moglie. Vedi quella lì,
secondo me è lei che adesca lui. È una rovina-famiglie. Guardala in faccia e
guarda come si veste. Che vergogna, ha pure una bambina piccola. Il marito di
quella non lo conosco. Poveraccio. D’altronde, quando si incontrano le persone
sbagliate …”
Non sopporto questo genere di “conversazioni”, ma visto
che le mie orecchie ne hanno dovuto subire, mio malgrado, il rumore, ho deciso
di scriverne una storia.
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Si occupava a tempo pieno della bambina, mentre la moglie
lavorava. Si occupava della bambina a tempo parziale, quando non lavorava. Si
incontrarono in un centro ricreativo per bambini. Lui era un tizio che parlava
con tutti, ma soprattutto con tutte. Lei era una che parlava poco, ma sapeva
ascoltare. Non frequentava gente. Ma non era mai in casa. Portava sempre in
giro la bambina e le piaceva esplorare posti diversi, ma aveva un gran bisogno
di conoscere persone, di condividere i suoi pensieri e cercava amicizie. Prima
della nascita della bambina non aveva mai provato solitudine, anche stando
sola. Invece con la bambina provava spesso una sensazione di oppressione. Aveva
infatti molto tempo vuoto che non riusciva a sfruttare per dedicarlo ai suoi
interessi, che adesso erano subordinati ai bisogni e alle continue richieste
della bambina. "Quanti anni ha tua figlia?" le chiese. "Due e la
tua?" "Siamo lì. Io sono M. Abiti in zona?" "Non lontano da
qui, ma giro sempre posti diversi. Mi annoia frequentare sempre gli stessi
spazi." "Io abito qua dietro. Porto sempre mia figlia a giocare qua.
Ci si vede, allora, se torni da queste parti." Da quel momento, lei tornò
sempre lì. Quel tizio la faceva sentire meno sola nel suo duro mestiere. Era
come avere un collega di lavoro. E lei, in fondo cercava solo quello. Spesso
parlare con altre mamme la faceva sentire ancora più sola perché lei si sentiva
diversa. Invece parlare con lui era piacevole e la faceva stare meglio. Si
frequentarono regolarmente. Oltre vedersi lì, portavano spesso le bimbe in giro
per parchi, piscine per bambini, ristoranti con area giochi, ma non uscivano
dall’ambito del quartiere.
Un giorno, d'inverno, il centro, dove si incontravano di
solito, rimase chiuso. Faceva freddo per stare fuori e cosi lui le telefonò e le
propose: "Perché non venite, tu e la bimba, a casa mia? Magari siamo pure
fortunati se poi le bambine fanno il pisolino, così noi stiamo più
tranquilli." Lei accettò senza porsi nessuna domanda o vedere nessuna
possibile sconvenienza. Lei andava a casa di un amico. Certo, doveva ammettere
che lo trovava attraente, ma a lei era sufficiente quel rapporto di complicità
che si era instaurato. Non desiderava null'altro, in fondo. Ma le cose andarono
diversamente. Non appena le bambine furono distratte dalla televisione, lui la guardò,
come non avrebbe dovuto. Le prese la mano e la portò in bagno. Si consumò così
un rapporto fugace. Ma fu proprio quel genere di intimità a porre fine alla
loro amicizia. Lui, dopo il coito, cominciò a mettere le "mani
indietro", in questo caso. "È meglio se la finiamo qui. Al centro
giochi, dove ci incontriamo di solito, l'altro giorno, ho sentito per caso due
che spettegolavano di noi. Sai, ci vedono sempre insieme. Tutti conoscono mia
moglie. È meglio che non ci vediamo più." "Capisco", disse lei
freddamente.
Si sentiva come se avesse usato un bagno pubblico per
pisciare, sporca, scomoda, costretta a farla in piedi. Eppure non aveva "usato
quel bagno" per necessità: in fondo la minzione non era impellente. Cosa
voleva oltre la comodità e il confort di casa sua? Non lo sapeva nemmeno lei.
Non si sentiva usata perché in fondo lo aveva voluto anche lei. Si sentiva solo
tanto triste perché era finita quella che credeva un'amicizia, durata quasi un
anno. Anche le loro figlie avevano fatto amicizia. Ma in fondo lei non si
aspettava nulla da nessuno, nessuna ricompensa, e faceva sempre le cose che
voleva perché sentiva di doverle fare. Perciò non provò nessun odio o amarezza nei
confronti di quel tipo. Soltanto vergogna, perché lei non era stata corretta
nei confronti del marito.
Pertanto, al contrario di M. che nascondeva tutto, decise
di prendersi le sue responsabilità e di raccontare la scappatella al marito. Il
marito la perdonò, e apprezzò la sua sincerità. Capì che forse era successo perché
ultimamente lui passava sempre meno tempo insieme alla famiglia. Il loro
rapporto avrebbe potuto migliorare, ma lei, dopo un mese dall’inconveniente, scoprì
di essere stata contagiata dalla sifilide. Da quel momento, il marito non la
volle più vedere. Il suo amore per lei cambiò repentinamente in disprezzo e schifo
per la promiscuità, che vedeva nel suo corpo. Non importava più che avesse
avuto soltanto un rapporto extraconiugale e che fosse stata onesta
nell'ammetterlo. Ormai era infetta, soprattutto nello sguardo.
Presto però guarì dalla sifilide. M. invece ebbe un altro
figlio, con la moglie, e continuò a fare il casanova del centro per bambini,
seppur restando fedele e asservito ai soldi della moglie, il suo unico vero
grande amore. Lei invece cambiò città con la bambina e non si sentì più sola,
pur rimanendo indipendente e libera. Fondò un’associazione, senza scopo di
lucro, per aiutare le persone affette da malattie veneree e promosse campagne
di prevenzione e ricerca sul tema. Fu felice, ma non dimenticò mai lo sguardo
di M., quello sguardo che l'aveva "infettata", per tutto il resto
della sua esistenza.
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